Il secondo da sinistra


di Manuela Martignano

È stato sotto il palco, o sopra il palco, o accanto al palco.

C’era il sole, quello caldo e quasi perpendicolare delle tre del pomeriggio, quando i musicisti non sono ancora arrivati, e ci sono solo i tecnici, come tante api dentro un alveare. O forse era inverno ed eravamo al coperto, in uno di quei posti che anno dopo anno impari a conoscere e diventano quasi casa. La verità è che non importa, perché i palchi si somigliano tutti, e la vita intorno ai palchi – da quando viene scaricata la prima transenna a quando si smonta l’ultimo mixer – anche.

A chi arriva quando le luci sono già accese è un po’ difficile spiegare la magia del prima, quando tutto sta per succedere. Io però la ricordo la sensazione che ho provato, quando per la prima volta sono arrivata a lavorare in una piazza vuota e col passare delle ore al posto di quel vuoto c’era un concerto. È una piccola magia, lo sguardo tende a cadere sui dettagli, mentre la cosa bella, ma bella davvero, è l’armonia dell’insieme. In una produzione ci sono tantissime mani, tantissimi occhi, tantissime gambe e tantissime teste, e quando va bene è una coreografia perfettamente coordinata, una danza vera e propria. In una produzione prende forma tutto il lavoro più o meno immateriale del prima, e puoi vederlo. Lo so, è deformazione professionale, ma è quella la magia per me, lo spettacolo vero. Chi arriva quando le luci sono già accese non ha il senso, la consapevolezza, di tutte le ore di lavoro che hanno permesso a quelle luci di essere accese, ai loro artisti preferiti di salire su un palco ed esibirsi.


“mi si vede appena ti devi concentrare, sono dietro vedi, e dietro voglio stare”
(D. Silvestri – Il secondo da sinistra)

Si dirà: ebbene, cosa resta di tutte queste ore? Quelle al computer, che quando le conti ti viene uno spavento per quante sono; quelle in macchine, aerei, treni, furgoni a muoversi da una parte all’altra del Paese; quelle al telefono; quelle con l’acidità di stomaco; quelle trascorse a placare ansie, a fermare il tempo che passa troppo in fretta sulle cose ancora da fare, sulle e-mail ancora da inviare, sulle troppe sigarette fumate. Di tutto questo lavoro che diventa la tua vita, tanto che poi non è semplice spiegare perché “non è quello che faccio, è proprio quello che sono”, cosa resta? I pass appesi a un muro, le dita che scorrono veloci sulla tastiera del computer, un certo cinismo (mai abbastanza, purtroppo o per fortuna), una lista infinita di termini tecnici e tante storie da raccontare. Quello che resta a me – per esempio – è la calma, un ossimoro prezioso e utile, perché quando intorno tutto va velocissimo è importante rallentare per non lasciarsi sfuggire nessun dettaglio. E le persone, quelle che ci hai riso, scherzato, litigato, sudato nello stesso furgone o sotto lo stesso palco, che ti hanno insegnato un sacco di cose, che lavorarci insieme è stato bellissimo. Perché alla fine si intuisce ma non è mai abbastanza chiaro che uno spettacolo è una piccola magia fatta di persone che dietro stanno, e dietro vogliono stare. Un piccolo esercito di “secondi da sinistra”.

È stato sotto il palco, o sopra il palco, o accanto al palco.
C’era il sole o forse era inverno.

La verità è che non importa, quello che importa è che è lì che noi ci scopriamo ogni volta parte di qualcosa che ci riempie l’anima e non solo le giornate. Quello che importa è vedere la magia, farne parte e a fine serata essere stanchi e incredibilmente felici.