Lo scorso inverno le canzoni sono nate snocciolandosi a ruota, una dopo l’altra.
C’erano tanti spunti, vecchi provini su cui lavorare ma ho voluto ripartire
da zero, tranne un paio di basi che poi ho mantenuto. Sì, ripartire da
zero. Dovevo cogliere quell’opportunità per riaccendere il mio fuoco
interiore e ampliare il respiro.
Il disincanto era il sentimento dominante, in ogni parola, concetto, immagine.
Occhi disillusi i miei, sulle mie vicende, sul mondo intorno. Riflessioni sul
tempo che stiamo vivendo, pura presa di coscienza per imparare, io per prima,
a scegliere e orientarsi nel mutamento dei nostri tempi. In un mondo che sta moltiplicando
le possibilità di scelta credo che sia opportuno imparare a moltiplicare
le nostre capacità di scelta.
I testi poi diventano canzoni. E volevo che anche la musica guarisse le mie ferite
facendomi sorridere, facendomi stare bene. Ecco perché ci siamo divertiti
a giocare anche di contrasti perché non è detto che a un testo “serio”
– di denuncia ad esempio - debba corrispondere un accompagnamento musicale
grave, serioso, difficile.
Volevo un disco fluido, che si lasciasse ascoltare bene, che fosse piacevole nella
varietà dei suoi colori e arrangiamenti. Volevo che fosse caldo, passionale,
libero di voci e intrecci, di spazi, melodie. Sapevo che sarebbe stato un processo
di guarigione e così è stato, mi sentivo rinascere a nuova vita,
ogni giorno di più.
Credo che la musica debba farci stare bene, il più possibile, che ci faccia
piangere o sorridere, che ci porti in alto o si insinui strisciando tra i nostri
sensi, che ci faccia pensare o stupidamente ancheggiare va sempre bene, basta
che ci porti altrove, lontano da qui.